Report Conferenza del 21 Marzo 2004

 

Pasqua ebraica e Pasqua cristiana. Rapporto esoterico tra le due ricorrenze

Questa è la prima delle conferenze d’introduzione alla Pasqua, e verte sull’analisi delle analogie e delle differenze tra la festività cristiana e quella ebraica.
Cominciamo col conoscere il significato della parola Pasqua: essa vuol dire passaggio.
Gli ebrei, nella loro Pasqua, festeggiano il passaggio dalla schiavitù in terra d’Egitto, durata circa quattrocento anni, alla libertà della Terra Promessa.
Si ricordi brevemente che la cattività egiziana aveva avuto i suoi prodromi con la vendita di Giuseppe, da parte dei suoi fratelli, a dei mercanti egiziani. Giuseppe era il più amato tra i figli di Giacobbe (Israele); suo padre lo preferiva perché lo aveva avuto dall’amata Rachele, in tarda età. I fratelli, gelosi di lui, se ne disfarono quando lui era ancora giovinetto, raccontando al padre che era stato aggredito e ucciso da una bestia feroce.
Giuseppe, giunto in Egitto, fu venduto come schiavo al consigliere e capo delle guardie del faraone. Dopo una serie di vicissitudini, durante le quali fu anche imprigionato, arrivò a guadagnarsi la fiducia del sovrano interpretando un suo sogno, in cui sette vacche grasse erano divorate da altre sette magre, e sette spighe piene e belle erano inghiottite da altrettante ariste secche e vuote. “Sette anni di prosperità seguiti da altrettanti di carestia” fu la sentenza di Giuseppe, e così accadde. L’ebreo reietto fu nominato viceré e negli anni di magra giunsero in Egitto le genti affamate delle terre vicine, tra le quali vi erano anche suo padre Giacobbe e i suoi fratelli. Furono accolti e perdonati dall’illustre parente e poterono ivi stabilirsi e moltiplicarsi.
Gli anni passarono e dopo la morte di Giuseppe governò un faraone che non ne conosceva la fama, tanto che perseguitò e ridusse in schiavitù l’intero popolo ebraico perché la sua floridezza stava offuscando quella degli egiziani.
Trascorsero così quattro secoli di dura sottomissione, finché non si affacciò sulla scena Mosè, raccolto da una cesta sul Nilo (Mosè infatti significa salvato dalle acque) dalla figlia del faraone che, nonostante fosse venuta a sapere del suo abbandono, per essere salvato dal massacro dei primogeniti ebrei ordinato dal faraone stesso, lo allevò come se fosse un principe.
Mosè condusse il suo popolo nella Terra Promessa da Dio, alla tanto desiderata libertà.
Liberazione fisica dunque, antefatto di un’emancipazione più profonda, di carattere squisitamente spirituale, che il Cristo ci ha donato. Egli è l’Ostia sacrificale che con la Sua morte e Resurrezione ha pagato a Satana il riscatto per il nostro rilascio; da vittime volontarie dell’errore possiamo ora ritornare al porto sicuro dal quale avevamo voluto staccarci, sospinti dall’esempio che Gesù stesso ci ha dato e che urge vivere quotidianamente.
Questo è l’alimento del quale è necessario cibarsi, per prevenire gli agguati del maligno che imperversa, in una terribile caccia all’uomo, per impedirgli di intraprendere il ripido Cammino dello Spirito. Un giorno non lontano, se qualcuno non avesse ancora ben capito come stiano le cose, si dovrà ricordare di questa o delle altre conferenze, rendendosi conto di quanto fossero vere e del perché si fosse insistito così tanto sulla necessità di stare all’erta contro gli attacchi di Lucifero.

 

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