Pasqua ebraica e Pasqua cristiana. Rapporto esoterico tra le due ricorrenze
Questa è
la prima delle conferenze d’introduzione alla Pasqua, e verte
sull’analisi delle analogie e delle differenze tra la festività
cristiana e quella ebraica.
Cominciamo col conoscere il significato della parola Pasqua: essa vuol
dire passaggio.
Gli ebrei, nella loro Pasqua, festeggiano il passaggio dalla schiavitù
in terra d’Egitto, durata circa quattrocento anni, alla libertà
della Terra Promessa.
Si ricordi brevemente che la cattività egiziana aveva avuto i
suoi prodromi con la vendita di Giuseppe, da parte dei suoi fratelli,
a dei mercanti egiziani. Giuseppe era il più amato tra i figli
di Giacobbe (Israele); suo padre lo preferiva perché lo aveva
avuto dall’amata Rachele, in tarda età. I fratelli, gelosi
di lui, se ne disfarono quando lui era ancora giovinetto, raccontando
al padre che era stato aggredito e ucciso da una bestia feroce.
Giuseppe, giunto in Egitto, fu venduto come schiavo al consigliere e
capo delle guardie del faraone. Dopo una serie di vicissitudini, durante
le quali fu anche imprigionato, arrivò a guadagnarsi la fiducia
del sovrano interpretando un suo sogno, in cui sette vacche grasse erano
divorate da altre sette magre, e sette spighe piene e belle erano inghiottite
da altrettante ariste secche e vuote. “Sette anni di prosperità
seguiti da altrettanti di carestia” fu la sentenza di Giuseppe,
e così accadde. L’ebreo reietto fu nominato viceré
e negli anni di magra giunsero in Egitto le genti affamate delle terre
vicine, tra le quali vi erano anche suo padre Giacobbe e i suoi fratelli.
Furono accolti e perdonati dall’illustre parente e poterono ivi
stabilirsi e moltiplicarsi.
Gli anni passarono e dopo la morte di Giuseppe governò un faraone
che non ne conosceva la fama, tanto che perseguitò e ridusse
in schiavitù l’intero popolo ebraico perché la sua
floridezza stava offuscando quella degli egiziani.
Trascorsero così quattro secoli di dura sottomissione, finché
non si affacciò sulla scena Mosè, raccolto da una cesta
sul Nilo (Mosè infatti significa salvato dalle acque)
dalla figlia del faraone che, nonostante fosse venuta a sapere del suo
abbandono, per essere salvato dal massacro dei primogeniti ebrei ordinato
dal faraone stesso, lo allevò come se fosse un principe.
Mosè condusse il suo popolo nella Terra Promessa da Dio, alla
tanto desiderata libertà.
Liberazione fisica dunque, antefatto di un’emancipazione più
profonda, di carattere squisitamente spirituale, che il Cristo ci ha
donato. Egli è l’Ostia sacrificale che con la Sua morte
e Resurrezione ha pagato a Satana il riscatto per il nostro rilascio;
da vittime volontarie dell’errore possiamo ora ritornare al porto
sicuro dal quale avevamo voluto staccarci, sospinti dall’esempio
che Gesù stesso ci ha dato e che urge vivere quotidianamente.
Questo è l’alimento del quale è necessario cibarsi,
per prevenire gli agguati del maligno che imperversa, in una terribile
caccia all’uomo, per impedirgli di intraprendere il ripido Cammino
dello Spirito. Un giorno non lontano, se qualcuno non avesse ancora
ben capito come stiano le cose, si dovrà ricordare di questa
o delle altre conferenze, rendendosi conto di quanto fossero vere e
del perché si fosse insistito così tanto sulla necessità
di stare all’erta contro gli attacchi di Lucifero.